…andiamo a lavorar. E così, da ieri abbiamo ricominciato. Tutto rientra nei binari del quotidiano, da cui a fine anno ho deragliato con così tanta foga da esserne quasi spaventata. Una settimana di stop, fondamentale boccata di ossigeno. Non ne potevo veramente più, il dicembre lavorativo è stato un infermo in terra, a un certo punto credevo davvero di scoppiare. La fatica fisica è andata a braccetto con la stanchezza mentale, e c’è stato una sera che, tornata a casa, sono scoppiata in un pianto disperato e, giuro, sono stata davvero tentata di mollare tutto, di punto in bianco, e rifugiarmi nei mesi di maternità facoltativa che ancora mi spettano di diritto.
Non si può portare la gente così allo sfinimento. Ed invece è proprio questo il diktat di PantaKapò, al di là delle macchiette e dei simpatici siparietti che ogni tanto propone. Che fosse strana, lunatica, molto rigida e spesso insopportabile, lo sapevo già da prima. Ma in questa fine d’anno, ha mostrato la caratteristica che più la distingue: la meschinità. Mi spiace dirlo, i poveri colleghi avevano provato ad avvertirmi, ma non avevo voluto crederci e invece è la triste realtà: siamo in balia di una meschina. La parola è forte, lo so, ma non riesco a trovarne altre. È riuscita ad esaurire il siero magico che la gravidanza/maternità mi aveva lasciato, ovvero la capacità di chiudere tutte le questioni lavorative insieme al PC e riaprirle il giorno dopo: mi sono trovata a sognarmi l’ufficio anche di notte.
Ed è difficile trovare la forza di andare avanti, la forza di farsi ogni giorno un’ora e mezza di macchina per stare altre 6-9 ore in tensione. Lavori male, vivi male. E non riesci a decantare, nemmeno quando potresti. Dell’agognata settimana di ferie, i primi 3 giorni sono stati di pura decompressione… 3 GIORNI!! 3 GIORNI per cominciare a rilassarmi! Non ci siamo. Non può essere. Non DEVE essere.
In questi giorni, ho rimuginato parecchio sulla possibilità di cambiare. Fino a trasformare la possibilità in necessità. La vita è una sola, e il rewind non è un tasto contemplato. Non si può sacrificare la serenità sull’altare del tempo indeterminato. È vero, ho un blindatissimo posto fisso – dopo anni di precariato – ed è l’invidia di tante persone che di questi tempi non sanno letteralmente dove sbattere la testa. Ma non sono felice. Non mi sembra poco, no?
Per come la vedo io, il lavoro deve soddisfare almeno 1 di queste 3 condizioni: essere il lavoro dei tuoi sogni (o comunque darti soddisfazioni), essere vicino casa, svolgersi in un ambiente il più possibile sereno. La mia condizione attuale è 0 su 3. Non sto facendo quello per cui ho studiato ( dopo aver speso 4 anni di sudore per laurearmi brillantemente in una delle più rinomate facoltà d’Italia, rendermi conto che sto pian piano dimenticando tutto, fa male… e anche un po’ di rabbia), e nemmeno quello che mi è stato insegnato sul campo e su cui ho accumulato una discreta esperienza. Per ora, mi occupo di cose che non solo non so fare, ma, soprattutto, che non VOGLIO fare. E l’ambiente… beh, è dura passare la giornata con una responsabile che passa il suo tempo a cercare l’errore…così, per il gusto di incastrarti, e sfogare così la sua frustrazione.
MA CHI ME LO FA FARE?????
Quindi, il mio unico proposito per il 2011 è: recuperare la serenità lavorativa. Prima cercare di capire che possibilità ci sono di cambiare ufficio (magari… avvicinandosi a casa?) e poi, se le cose non si muovono, troverò il coraggio di lanciarmi davvero in qualcosa di totalmente diverso. Preferisco accumulare rimorsi piuttosto che rimpianti.
(ah, magari tra i propositi ci aggiungiamo anche più di cura per questa casetta virtuale, vah… ultimamente l’ho un pò abbandonata a sé stessa…)
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