Archive for the 'Circus' Category

Vita da spam

Prima questa:

La Fondazione XYZ (omettiamo per privacy)
è lieta di invitarLa al convegno

” AAA BB: CCCC”

Il giorno XX alle ore 10.00

Sala Polifunzionale
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Via Santa Maria in Via, 37 (eh???)

alla presenza dell’On. Ministro Paolo Romani (bono quello…)

Con il patrocinio del Senato della Repubblica. E’ d’obbligo la giacca e cravatta.
In allegato il programma dell’evento.

R.S.V.P. (sì, certo come no…)

Verifico bene, e il mittente risulta essere la segreteria del Vice Presidente del Senato…

Poi arriva  questa:
150° anniversario dell´Unità d´Italia

Per celebrare il 150° anniversario dell´Unità d´Italia, proponiamo il set composto da
stilografica verde, penna a sfera bianca e roller rosso della collezione Ipsilon (prodotto
da Aurora in edizione limitata di 1861 esemplari). Sul cappuccio cromato vi sono i nomi
degli uomini che con passione e coraggio hanno costruito il nostro Paese: Mazzini,
Cavour, Garibaldi, D´Azeglio, Cattaneo, Bixio, Vittorio Emanuele II, sulla clip è incisa
la scritta “Italia 150°”. Caricamento a cartuccia/converter, pennino in acciaio a punta
media. Il trittico Italia 150 si presenta in una bella confezione dedicata.

Per te 5 % di sconto! (come farsela scappare?)

O qualcuno mi sta giocando brutti scherzi, oppure negli ultimi tempi l’universo dello spam è unanimemente attratto dalla mia mail aziendale. Non c’è altra spiegazione.

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Andiam, andiam…

…andiamo a lavorar. E così, da ieri abbiamo ricominciato. Tutto rientra nei binari del quotidiano, da cui a fine anno ho deragliato con così tanta foga da esserne quasi spaventata. Una settimana di stop, fondamentale boccata di ossigeno. Non ne potevo veramente più, il dicembre lavorativo è stato un infermo in terra, a un certo punto credevo davvero di scoppiare. La fatica fisica è andata a braccetto con la stanchezza mentale, e c’è stato una sera che, tornata a casa, sono scoppiata in un pianto disperato e, giuro, sono stata davvero tentata di mollare tutto, di punto in bianco, e rifugiarmi nei mesi di maternità facoltativa che ancora mi spettano di diritto.

Non si può portare la gente così allo sfinimento. Ed invece è proprio questo il diktat di PantaKapò, al di là delle macchiette e dei simpatici siparietti che ogni tanto propone. Che fosse strana, lunatica, molto rigida e spesso insopportabile, lo sapevo già da prima. Ma in questa fine d’anno, ha mostrato la caratteristica che più la distingue: la meschinità. Mi spiace dirlo, i poveri colleghi avevano provato ad avvertirmi, ma non avevo voluto crederci e invece è la triste realtà: siamo in balia di una meschina. La parola è forte, lo so, ma non riesco a trovarne altre. È riuscita ad esaurire il siero magico che la gravidanza/maternità mi aveva lasciato, ovvero la capacità di chiudere tutte le questioni lavorative insieme al PC e riaprirle il giorno dopo: mi sono trovata a sognarmi l’ufficio anche di notte.

Ed è difficile trovare la forza di andare avanti, la forza di farsi ogni giorno un’ora e mezza di macchina per stare altre 6-9 ore in tensione. Lavori male, vivi male. E non riesci a decantare, nemmeno quando potresti. Dell’agognata settimana di ferie, i primi 3 giorni sono stati di pura decompressione… 3 GIORNI!! 3 GIORNI per cominciare a rilassarmi! Non ci siamo. Non può essere. Non DEVE essere.

In questi giorni, ho rimuginato parecchio sulla possibilità di cambiare. Fino a trasformare la possibilità in necessità. La vita è una sola, e il rewind non è un tasto contemplato. Non si può sacrificare la serenità sull’altare del tempo indeterminato. È vero, ho un blindatissimo posto fisso – dopo anni di precariato – ed è l’invidia di tante persone che di questi tempi non sanno letteralmente dove sbattere la testa. Ma non sono felice. Non mi sembra poco, no?

Per come la vedo io, il lavoro deve soddisfare almeno 1 di queste 3 condizioni: essere il lavoro dei tuoi sogni (o comunque darti soddisfazioni), essere vicino casa, svolgersi in un ambiente il più possibile sereno. La mia condizione attuale è 0 su 3. Non sto facendo quello per cui ho studiato ( dopo aver speso 4 anni di sudore per  laurearmi brillantemente in una delle più rinomate facoltà d’Italia, rendermi conto che sto pian piano dimenticando tutto, fa male… e anche un po’ di rabbia), e nemmeno quello che mi è stato insegnato sul campo e su cui ho accumulato una discreta esperienza. Per ora, mi occupo di cose che non solo non so fare, ma, soprattutto, che non VOGLIO fare. E l’ambiente… beh, è dura passare la giornata con una responsabile che passa il suo tempo a cercare l’errore…così, per il gusto di incastrarti, e sfogare così la sua frustrazione.

MA CHI ME LO FA FARE?????

Quindi, il mio unico proposito per il 2011 è: recuperare la serenità lavorativa. Prima cercare di capire che possibilità ci sono di cambiare ufficio (magari… avvicinandosi a casa?) e poi, se le cose non si muovono, troverò il coraggio di lanciarmi davvero in qualcosa di totalmente diverso. Preferisco accumulare rimorsi piuttosto che rimpianti.

(ah, magari tra i propositi ci aggiungiamo anche più di cura per questa casetta virtuale, vah… ultimamente l’ho un pò abbandonata a sé stessa…)

La prova del cuoco

Ieri mattina, si è concretizzato l’incubo di fine anno per questo ufficio. No no, non parliamo di chiusure contabili o scadenze legate al lavoro. Qualcosa di molto peggio, qualcosa su cui sono stata sensibilizzata dai colleghi a lungo. Dato l’avvicinarsi delle festività natalizie, la nostra cara Panta-Kapò ha preparato per noi il dolce di Natale per eccellenza dalle nostre parti: la pinza. Stamattina è arrivata trionfante col suo capolavoro in mano, e i colleghi esperti sono impalliditi alla sola idea. Quando è giunta l’ora della pausa, ho visto gente avvicinarsi al vassoio come se stesse andando al patibolo. E ne avevano tutte le ragioni: definirla immangiabile è dir poco. Ci ho messo 40 minuti a finire il mio pezzo, pezzo che si è piazzata stabilmente nel mio stomaco, ben intenzionato a non sgombrare il campo per lungo lunghissimo tempo. Credo che digerirò a Natale. Dell’anno prossimo. Ecco, la scena è stata molto simile a questa puntata di Friends, quando per la cena del Ringraziamento Rachel prepara la zuppa inglese, solo che per errore mischia la ricetta del dolce con quella di un secondo di carne… e tutti mangiano fingendo di apprezzare…

Solo che lì lo facevano per amicizia, qua invece perché lei è il capo ed pure un pò sciroccata…

Col cerino in mano

Giorni di trasloco lavorativo. Ci siamo trasferiti in una nuova sede, che raggruppa diversi uffici sparsi per l’ospedale, per cui ora siamo tutti viscini viscini, in un ambiente ben più grande e ben più luminoso di prima. E fa la differenza, vi assicuro. Ora siamo tutti curiosi di vedere come si comporterà la responsabile, che, a differenza della settimana enigmistica, non vanta innumerevoli tentativi di imitazione bensì svariati epiteti, di cui il più simpatico (e riferibile) è Panta-Kapò (Pantegana Kapò).

Il mio regalo post-maternità, è stato vedermi assegnata al suo ufficio. Come si può intuire, la suddetta ha instaurato un clima leggerissimamente dittatoriale, riducendo il suo entourage a rassegnati schiavi, in balia dei suoi altalenanti umori. Lei deve controllare tutto, ma proprio tutto, e per fare questo ha degli atteggiamenti che rasentano l’idiozia e/o la denuncia per mobbing. Dal divieto di uso dei cellulari personali alla sua visione del foglio timbrature prima dei diretti interessati. Da quanto mi è stato riferito, una volta ha avuto l’ardire di chiedere le password per la posta elettronica dei suoi sottoposti. Tanto per rendere l’idea. Per ora io non ho mai avuto particolari scontri (anche perché, tra ferie, malattie e infortuni avrò subito la sua presenza sì e no due settimane), ma ho assistito a notevoli scenate e penso che arriverà anche il mio momento. Quando si ha a che fare con persone così caratterialmente instabili, è solo una questione di tempo. Inoltre, secondo il mio modesto parere, se si lavora in perenne tensione è anche più facile commettere errori. Vabbè, ci consoliamo pensando che l’età della pensione (la sua) non è poi così lontana. C’è gente che sta spuntando il calendario, in perfetto stile naja.

 Ora però, come dicevo,  non è più arroccata nel suo piccolo feudo, distante da tutti e soprattutto dal Capo-di-Tutti, con la quale IN TEORIA dovrebbe quantomeno limitarsi. E soprattutto, ora deve relazionarsi con persone (tra cui anche la sottoscritta) che non sono decisamente abituate a certi modi di fare, e certe richieste assurde, se mai dovessero arrivare, non ci pensano due volte a rispedirle al mittente. Insomma, vedremo come va. Sbaraccando i vecchi spazi, nel bagno mi imbatto in una borsa di plastica dall’aspetto inquietante. Dentro, piatti e bicchieri di plastica, altre inutili ciavarie, e… un numero spropositato di fiammiferi. Incuriosita, chiedo spiegazioni ai colleghi. Risolini generali…

Eh, tu cara non hai ancora avuto modo di apprezzare ogni aspetto della Panta-Kapò… quella è tutta roba sua, e i fiammiferi sono una sua grande trovata. Quando va in bagno, lei dopo ne fa bruciare uno.. per nascondere la puzza!” (o raccontato l’episodio ad un amico psicologo, che ha saputo commentare in un unico modo: SOCIOPATICA. )

Dunque, ricapitolando: non vediamo l’ora di vederla in questa nuova dimensione allargata. Ma soprattutto, di vederla beccata da una qualche new entry, fuori dalla porta del bagno, col cerino in mano e l’odore di zolfo che esce dalla porta.

Galateo da ascensore

Questo post potrebbe tranquillamente intitolarsi “L’arte di attaccare bottone”
Lunedì pomeriggio, interno ospedale. Con i colleghi decidiamo di andare a supervisionare i nuovi uffici, per decidere la sistemazione delle scrivanie (leggasi, un tripudio di “Io mi metto là, così la Iena – alias la responsabile – non può arrivarmi alle spalle”) sperando che qualcun altro non abbia già deciso per noi (la democrazia impera in questo ufficio, sì sì).
Saliamo in ascensore, e con noi si infila una vecchietta. L’ascensore è già occupato da una signora bionda, di mezza età, con una borsa da cui tracimano carte varie. La vecchietta la fissa e, senza mezzi termini, irrompe con:

Vecchietta: “Ma che bella borsa! E quante cose…deve essere pesante!”
Signora Bionda: “Eh sì… abbastanza”
V. “Ah, ma è una studentessa?”
S.B. “No, informatore scientifico”
V. “E che bei capelli… ma… signora o signorina?”
S.B. “signor…” (non fa in tempo a chiudere)
V. “ma che bella ragazza! Ma Lei lavora all’USSSSL?” (con 4 S di rinforzo, che non si sa mai..)

Nel frattempo, l’ascensore arriva al piano e entrambe scendono, continuando l’amabile conversazione, lasciandoci soli con i nostri pensieri. La bionda informatrice scientifica non sembra minimamente turbata dalla raffica di domande, e dalla naturalezza con cui sono poste. Tutto questo avveniva nel lasso di tempo tra il piano 0 e il piano 2… se dovessimo quantificare, chessò… 60 secondi a farla grande? °____°
C’è da imparare, non c’è che dire…

Columbus Day

Lunedì mattina, prima giornata del corso di formazione obbligatoria aziendale da spararsi in due comode rate da 8 ore ciascuna. Tema: utilizzo e controllo delle autocertificazioni.
Arrivo alla sede designata, con gli occhi ancora stropicciati dal sonno e ringraziando il cielo che l’inizio fosse fissato per le 9.00 e senza timbratura (io comincio alle 8.00), visto che la sera prima mi ero dimenticata di puntare la sveglia e per puro caso ho aperto una palpebra alle 7.00 suonate (con successivo infarto).
Stanno sistemando l’aula del corso, aspetto pazientemente fuori. Arriva una tizia, si ferma anche lei fuori. Mi guarda ed esclama “Ah, io non sono qua per questo corso, il mio è un altro, sulla contrattualistica… ma, non so bene dove andare, quindi aspetto lo stesso qui”. Non so per quale motivo senta il bisogno di giustificarsi, ma annuisco accondiscente.
Il tempo passa, e l’anticamera dell’aula si anima sempre più, con personaggi dai contorni quanto mai pittoreschi. Arriva l’omino della Ragioneria, volto noto dell’ambiente, dinoccolato come non mai. Discute con altri colleghi e ad un certo punto esclama “Come oggi e domani? Due giorni addirittura??? Ma no, è impossibile, vi state sbagliando…” Per poi constatare, dal cartello appeso sulla porta, che il torto stava dalla sua parte…
Finalmente si entra in aula, e chi si accomoda bella tranquilla sui primi banchi del corso? Naturalmente la tizia convinta di passare 2 giorni ad aggiornarsi su contratti&Co…

Morale della favola, ad esperienza conclusa:

1. saranno pure passati 500 anni e più, eppure ogni giorno c’è sempre qualcuno che scopre l’America.

2. la dicitura che appare nelle ricevute di ritorno Questa ricevuta di ritorno attesta solamente che il messaggio è stato visualizzato sul computer del destinatario. Non c’è garanzia che il destinatario ne abbia letto e compreso il contenuto è tutt’altro che una formula scontata.

3. A giudicare da questi fatti e dalle domande e osservazioni fatte, se buona parte dei discenti è effettivamente preposto al controllo delle autocertificazioni…non siamo messi bene, no no…

Diaspora

Lancio un razzo di segnalazione per dire “sono quii”. E sono ancora viva, anche se ancora dispersa nei meandri di nuovi ritmi da assestare.

Il giorno X è arrivato il 1° giugno. Back to work, ci si rituffa in una vita che non sia solo pannolini, pappette &Co. L’ultimo mese di libertà, mi sono dedicata completamente al mio piccolo, quasi a voler far scorta di bei momenti passati insieme, pillole di positività per quando ce ne sarà bisogno. Quasi a voler ribadire, sempre e comunque, che la sua mamma lo adora e che per lei lui sarà sempre al primo posto, anche se non è fisicamente presente. Perché, diciamocelo, il subdolo senso di colpa è sempre dietro l’angolo.

Per il momento va tutto bene, anche se la stanchezza si fa sentire, ma mi abituerò. Il ritorno in ufficio è stato segnato anche da una diaspora lavorativa, visto che l’ufficio dove ho lavorato fino alla maternità è stato letteralmente smantellato, e tutti assegnati a diversi sedi (e per alcuni anche a diverse mansioni). Niente mobbing all’orizzonte, era tutto previsto da tempo. Però eravamo un bel gruppo, ci volevamo bene (anzi, continuiamo a volerci bene!) e pertanto siamo un pò tutti pervarsi dalla malinconia.

Il nuovo ufficio? Forse è un pò presto per giudicare, comunque mi sembrano tutti repressi, o piuttosto schiacciati dalla figura della responsabile, che è decisamente autoritaria. Vedremo come va. Rispetto a prima, però, ho molta meno libertà di azione, e spero di abituarmi presto a uno stile di lavoro molto diverso. Per intenderci, io non sono abituata a sentirmi chiedere “cosa stai facendo?” ogni 3×2, nè tantomeno a non poter usare il mio cellulare in ufficio… non sto usando più il mio portatile ma un pc fisso su cui non è il caso di salvare niente di personale… né tantomeno aggiornare il blog. Insomma, credo che i post siano destinati a diradarsi, visto che ormai ho tempo solo dopocena per rilassarmi un pò, e non sempre ho voglia di accendere il pc…

Eppure, nonostante delle premesse non buone, sono ancora positiva. E con il morale alto. Deve essere il potere di mio figlio.  


settembre: 2017
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