Archive for the 'lamentatio' Category

Musica maestro!

Va bene che si tratta di una scelta di tutto rispetto.

Va bene che per i bimbi la routine è fon-da-men-ta-le e da tanta sicurezza.

Va bene che in sincrono con ogni canzone parte uno sculettamento suo e di tutti i suoi compagni di giochi (siano essi orsetti, mollette, o fiorellini) che fa schiantare dal ridere.

Va bene che ogni tanto si diverte a creare con l’ausilio della sua fidata pianolina insoliti remix e variazioni sul tema.

Va bene che dal “Valzer del Moscerino” di qualche settimana fa sono stati fatti enormi e inconfutabili progressi.

Però anche “L.A. Woman” dei Doors dopo 700 ascolti in loop potrebbe venire a noia.

Mi sa che è ora di introdurre il concetto di “Il mondo è bello perché vario”.

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Bandiera bianca

Doveva succedere. Abbiamo resistito con orgoglio e un pizzico di incredulità a un lungo assedio, durato 2 anni e 15 giorni, il che è un grandissimo risultato. C’è chi si arrende subito, pure in via preventiva, perché “tanto prima o poi, tutti…” . Noi no. Ci siamo quasi illusi di poter essere l’eccezione che conferma la regola, moderni Spartacus contro la dittatura del nebulizzatore. Ma ieri abbiamo capitolato, anche noi.

Ieri è entrato nella nostra casa il primo apparecchio dell’aerosol, a causa di una bruttissima tosse del Folletto che bisogna provare a calmare. Seguito, come è immaginabile, dalle prime urla di sdegno del rampollo all’appropinquarsi dell’odiosa mascherina. E così sia.

Speriamo di non diventarne schiavi. Intanto any suggestion su come evitare o quantomeno smorzare le tragedie greche dell’erede?

Curiosità da supermercato

1. Vedere al banco frigo la piada XXY e notare con estremo sollievo che “LA PIADINA è su FACEBOOK”: non notarlo sarebbe stato ben più strano, visto che tale scritta ricopriva quasi metà della confezione, a discapito di altre informazioni superflue tipo valori nutrizionali o data di scadenza… Sono molto tentata di creare un profilo faccialibro solo per poter chiedere l’amicizia alla PiadAIna-cibo degli-dei, e leggere status come “stasera incontra lo squacquerone”.

2. Tutta la Nutella che trovo nei nostri supermercati, meraviglioso incontro tra il buon cioccolato le rinomate nocciole del Piemonte, prodotto di punta di quella Ferrero con sede a Alba (CN), arriva da uno stabilimento in provincia di Avellino. Cioè, mi volete dire che le nocciole piemontesi e il miglior cioccolato, insomma questa pasta gianduia di “chiara” provenienza DOC, si fa migliaia di chilometri per essere lavorata ad Avellino e poi rispedita su? (non mi sento di escludere che nei supermercati di Avellino ci sia Nutella prodotta ad Alba…). Alla faccia del chilometro zero.

Communication

La pace viene dalla comunicazione.

La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione.

L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto.

Colui che parla senza modestia, troverà difficoltà nel far capire che ciò che dice è una cosa buona.

For 27 years Ive been trying to believe and confide in
Different people I’ve found.
Some of them got closer than others
And someone wouldnt even bother and then you came around
I didnt really know what to call you, you didnt know me at all
But I was happy to explain.
I never really knew how to move you
So I tried to intrude through the little holes in your veins
And I saw you
But thats not an invitation
Thats all I get
If this is communication
I disconnect
Ive seen you, I know you
But I dont know
How to connect, so I disconnect

You always seem to know where to find me and Im still here behind you
In the corner of your eye.
Ill never really learn how to love you
But I know that I love you through the hole in the sky.

Where I see you
And thats not an invitation
Thats all I get
If this is communication
I disconnect
Ive seen you, I know you
But I dont know
How to connect, so I disconnect

Well this is an invitation
Its not a threat
If you want communication
Thats what you get
Im talking and talking
But I dont know
How to connect
And I hold a record for being patient
With your kind of hesitation
I need you, you want me
But I dont know
How to connect, so I disconnect
I disconnect.

Sotto a chi tocca

In famiglia quest’anno abbiamo deciso di festeggiare degnamente la Giornata Mondiale del Malato, nonché, da calendario, Nostra Signora di Lourdes. E visto che un solo giorno ci sembrava riduttivo, abbiamo esteso i festeggiamenti all’intera settimana.

Da domenica scorsa ad oggi, sono caduti sotto la scure di una simpaticissima influenza intestinale, in ordine cronologico: il cuginetto nostro vicino di casa (con qualche strascico per i suoi genitori), la nonna del cuginetto, mia madre, la sottoscritta, mia nonna, mia suocera, e l’altra cuginetta. Il Folletto, per ora (e non parlo troppo forte), ha resistito abbastanza bene, se si esclude un unico episodio di vomitatio domenica pomeriggio che però gli ha permesso di contendere il titolo di untore al cuginetto di cui sopra. Tuttavia, per non sentirsi da meno in questo lazzeretto, stamattina si è svegliato nervoso e con un pianto incontrollabile. Diagnosi del pediatra: un principio di otite, da tenere sotto osservazione, pronti ad intervenire con antibiotico se non dovesse risolversi nelle prossime 48 ore. E stasera è salita pure la febbre.

I pochi superstiti si guardano con terrore, domandosi chi sarà il prossimo.

Andiam, andiam…

…andiamo a lavorar. E così, da ieri abbiamo ricominciato. Tutto rientra nei binari del quotidiano, da cui a fine anno ho deragliato con così tanta foga da esserne quasi spaventata. Una settimana di stop, fondamentale boccata di ossigeno. Non ne potevo veramente più, il dicembre lavorativo è stato un infermo in terra, a un certo punto credevo davvero di scoppiare. La fatica fisica è andata a braccetto con la stanchezza mentale, e c’è stato una sera che, tornata a casa, sono scoppiata in un pianto disperato e, giuro, sono stata davvero tentata di mollare tutto, di punto in bianco, e rifugiarmi nei mesi di maternità facoltativa che ancora mi spettano di diritto.

Non si può portare la gente così allo sfinimento. Ed invece è proprio questo il diktat di PantaKapò, al di là delle macchiette e dei simpatici siparietti che ogni tanto propone. Che fosse strana, lunatica, molto rigida e spesso insopportabile, lo sapevo già da prima. Ma in questa fine d’anno, ha mostrato la caratteristica che più la distingue: la meschinità. Mi spiace dirlo, i poveri colleghi avevano provato ad avvertirmi, ma non avevo voluto crederci e invece è la triste realtà: siamo in balia di una meschina. La parola è forte, lo so, ma non riesco a trovarne altre. È riuscita ad esaurire il siero magico che la gravidanza/maternità mi aveva lasciato, ovvero la capacità di chiudere tutte le questioni lavorative insieme al PC e riaprirle il giorno dopo: mi sono trovata a sognarmi l’ufficio anche di notte.

Ed è difficile trovare la forza di andare avanti, la forza di farsi ogni giorno un’ora e mezza di macchina per stare altre 6-9 ore in tensione. Lavori male, vivi male. E non riesci a decantare, nemmeno quando potresti. Dell’agognata settimana di ferie, i primi 3 giorni sono stati di pura decompressione… 3 GIORNI!! 3 GIORNI per cominciare a rilassarmi! Non ci siamo. Non può essere. Non DEVE essere.

In questi giorni, ho rimuginato parecchio sulla possibilità di cambiare. Fino a trasformare la possibilità in necessità. La vita è una sola, e il rewind non è un tasto contemplato. Non si può sacrificare la serenità sull’altare del tempo indeterminato. È vero, ho un blindatissimo posto fisso – dopo anni di precariato – ed è l’invidia di tante persone che di questi tempi non sanno letteralmente dove sbattere la testa. Ma non sono felice. Non mi sembra poco, no?

Per come la vedo io, il lavoro deve soddisfare almeno 1 di queste 3 condizioni: essere il lavoro dei tuoi sogni (o comunque darti soddisfazioni), essere vicino casa, svolgersi in un ambiente il più possibile sereno. La mia condizione attuale è 0 su 3. Non sto facendo quello per cui ho studiato ( dopo aver speso 4 anni di sudore per  laurearmi brillantemente in una delle più rinomate facoltà d’Italia, rendermi conto che sto pian piano dimenticando tutto, fa male… e anche un po’ di rabbia), e nemmeno quello che mi è stato insegnato sul campo e su cui ho accumulato una discreta esperienza. Per ora, mi occupo di cose che non solo non so fare, ma, soprattutto, che non VOGLIO fare. E l’ambiente… beh, è dura passare la giornata con una responsabile che passa il suo tempo a cercare l’errore…così, per il gusto di incastrarti, e sfogare così la sua frustrazione.

MA CHI ME LO FA FARE?????

Quindi, il mio unico proposito per il 2011 è: recuperare la serenità lavorativa. Prima cercare di capire che possibilità ci sono di cambiare ufficio (magari… avvicinandosi a casa?) e poi, se le cose non si muovono, troverò il coraggio di lanciarmi davvero in qualcosa di totalmente diverso. Preferisco accumulare rimorsi piuttosto che rimpianti.

(ah, magari tra i propositi ci aggiungiamo anche più di cura per questa casetta virtuale, vah… ultimamente l’ho un pò abbandonata a sé stessa…)

Tempi migliori cercasi

Sto fissando il pc con gli occhi ancora stropicciati dal sonno, e l’indice dell’umore ai minimi storici. La giornata di pioggia battente non aiuta, il fatto di essermi alzata col buio pesto e la sensazione di non essere mai andata a letto, nemmeno.
È di nuovo lunedì, si ricomincia con imprecazioni bisbigliate che fanno da contrappunto ai BIP della sveglia, con le baby pappe programmate al dettaglio (… non ne posso più!!!! Ma quando mette altri due-denti-due in modo da poter cominciare ad assimilare la sua dieta alla nostra???), con la scorta di passato di verdure frullata alle dieci di sera, con le corse che mi fanno assomigliare alla biglia impazzita in un flipper.
Si ricomincia con lo sguardo interrogativo e leggermente inquisitorio del Folletto, mentre lo scarico tra le braccia della nonna dopo 2 intere giornate passate con me e che, già lo so, si tramuterà in una punitiva indifferenza al mio ritorno. Si ricomincia con la pessima, orribile impressione di non riuscire a dedicargli abbastanza tempo, e al momento il refrain del “tempo di qualità” non mi convince. Si ricomincia con la brutta sensazione di perdere il contatto con lui, di non essere io a dargli i primi fondamentali insegnamenti. PERCHÉ NON CI SONO,e quando ci SONO devo barcamenarmi tra lo stare con lui e occuparmi di altre enne cose, per poter essere anche una brava moglie/dama del focolare, oltre che una brava mamma. I sensi di colpa sono come la sfiga, ci vedono benissimo, e per quanto tenti di inserire la modalità guerriera e schivarli al grido di “non mi avrete mai!”, loro ti fregano sempre e comunque.
Il consorte aiuta, per quello, certo non si ammazza durante la settimana però se c’è da preparare la cena mentre io do la pappa al piccoletto (o viceversa) non si tira indietro. È più partecipe nel weekend, soprattutto quando, forse in concomitanza con la luna piena, si trasforma nella colf assassina e non si placa fino a quando l’angolo che ha deciso di pulire (perché tendenzialmente la furia si concentra su un punto preciso, che so, l’angolo cucina o il bagno) non è tirato a lucido.
Solo, non riesce a capire davvero la mia necessità di passare più tempo col bimbo. Non capisce il motivo della mia reticenza a lasciarlo ancora alle cure dei nonni se noi siamo a casa, né il mio sorriso di circostanza quando mi sento dire dalla suocera “Eh, il nonno si chiede come mai il suo nipotino sparisce il sabato e la domenica… ma io gli dico che ci sono anche gli altri nonni e i suoi genitori” (ECCO BRAVA! E se è necessario, glielo ribadisco io…). Non concepisce che possa essere gelosa, d’altronde sono i suoi genitori, d’altronde lui è venuto su con sua nonna pertanto crede che questa sia la normalità. Dovrei essere più diretta e dirgli che per me, cresciuta con mia madre e con l’unica nonna a più di 500 km di distanza, è dura vedere mio figlio non buttarmi le braccia al collo, anzi piangere e disperarsi perché lo porto via. È fatica  ricacciare indietro le lacrime e abbozzare sorrisi tirati, tanto più se sua nonna, che in certi frangenti non è di certo una campionessa di sensibilità, non perde occasione per pigolare “No, aspetta che non mi faccio vedere dal piccolo, che sennò poi piange” (tranne poi piazzarsi fuori dalla finestra a fare ciao ciao con la manina). E no, non è normale.
Ho scelto io di rientrare a lavoro relativamente presto, l’ho fatto in maniera consapevole, per una maggiore tranquillità di tutti. Sono rientrata anche perché avevo la disponibilità dei nonni, che – devo riconoscerlo altrimenti li dipingo come mostri! 🙂 – sono bravi e attenti, e questo mi fa passare la giornata lavorativa serena, sapendolo sereno nel suo ambiente. Ho anche valutato il fatto che più tempo lasciavo passare, più il distacco rischiava di essere traumatico per il Folletto. E, finora, non mi sono pentita. Ma ora io, che ho sempre guardato con sospetto i figli mammoni, e ho cercato di coltivare fin da subito l’autonomia della prole, guardo con un po’ di invidia le mamme con i figli aggrappati come koala.
Sapevo che la crisi sarebbe arrivata, ora speriamo passi presto. Probabilmente, basta solo aspettare che diventi un po’ più grandicello, e che certe incombenze spariscano (leggasi menù differenziati in famiglia), perché tutto si ridimensioni. Intanto, l’importante è che non dubiti mai, che lui è il mio amore grande, il mio orgoglio, la mia vita. E questo, son sicura, lo legge tutti i giorni nei miei occhi e nei miei sorrisi. In attesa di tempi migliori.


settembre: 2017
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