Archive for the 'Viaggi e miraggi' Category

Luoghi dell’anima

Ci sono luoghi che, prima ancora di rapirci gli occhi, ci rapiscono la mente. Veri e propri Topoi letterari, che si nutrono di parole, lette o ascoltate, talmente potenti che le immagini evocate lasciano il mondo della fantasia e invadono la realtà. Immagini talmente vivide che si ha la sensazione di averli visitati, questi posti.

E poi, finalmente, un giorno realtà e fantasia si incontrano, e gli effetti possono essere i più disparati. La sensazione di “dejà vu” può essere confermata, è bello, ti senti a casa. La realtà può superare la fantasia, ed è ancora più bello, perché ciò che nasce dal connubio occhi-cuore riuscirà a sorprenderti, a emozionarti ancora, come se fosse la prima volta.  Oppure, il mondo reale può colpirti come un pugno nello stomaco, e lasciarti con l’amaro in bocca, e la voglia di rifugiarti nel luogo che non c’è.

Uno di questi luoghi per me è stata la Prospettiva Nevskij. Appena scesa dal treno a S. Pietroburgo, avevo gli occhi lucidi al pensiero che, di lì a poco, avrei camminato anche io su uno dei luoghi simbolo della letteratura russa. Nei miei occhi estasiati scorrevano immagini di principi idioti, cavalieri di bronzo, impiegatucci alla ricerca del proprio cappotto… mi sembrava di vederlo, poi,  quel Raskol’nikov errabondo in cerca di redenzione.

E invece di quel luogo magico… che mi trovo? Un viale super trafficato, pieno di negozi griffati ai lati, più simile a una via dello struscio che al meraviglioso scenario di notti bianche. E pensare che su quei marciapiedi, più di un secolo fa, potevi incontrare scrittori e artisti che avrebbero lasciato un’impronta indelebile nella letteratura mondiale… Non potete immaginare la mia delusione…

Ho rinnegato la triste realtà odierna. Ed è per questo che, per me, l’atmosfera della Prospettiva Nevskij rimarrà questa:

E voi? Avete un luogo dell’anima, costruito nel vostro cuore? E, se c’è stato, come è stato l’incontro tra realtà e immaginazione?

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Viaggi e miraggi

Una ragazza quasi diciottenne, una valigia, un biglietto aereo e qualche timore. Destinazione: l’altro capo del mondo. Una famiglia sconosciuta, un grosso cane e cinque gatti la stavano aspettando. Probabilmente avevano addosso lo stesso timore.

“Sai, la tutor ha detto di controllare che si faccia la doccia, perché gli italiani non si lavano”

“Ehi, ma questi non ce l’hanno il bidet??? Che sporchi!”

Un incontro fra culture. Che hanno imparato a conoscersi, a convivere, a capirsi, a volersi bene. Una quasi diciottenne che ha capito che bisogna conoscere prima di giudicare, e che il mondo è fatto per essere scoperto.  Ha valorizzato le sue radici, senza calpestare quelle di un altro. Ed è tornata a casa più matura, convinta che il mondo del futuro sarebbe stato sempre più interculturale.

Ora, quasi tredici anni dopo, hanno vinto loro. Quelli che professano la chiusura, che instillano la paura dell’altro, lo spettro del diverso. In tutta Europa, non solo da noi, soffia un vento nazionalista e antieuropeo. Perché sono “radicati nel territorio”. Perché questo è quello che la gente vuole.

E che dire dei veri vincitori in Italia?

Quelli il cui obiettivo in Europa è “No ai turchi”.

Quelli che mettono i manifesti con gli indiani nelle riserve (guardate come sono finiti accettando l’invasore straniero, sicuri di voler rischiare la stessa fine??).

Quelli che sulle fermate dell’autobus scrivono “No te paghi, no te parti e si no te ga capio, te o digo anca in arabo/cinese/etc.” perché i portoghesi sono loro, non i fighettini figli di papà che fanno le vasche in centro, e risparmiano sul biglietto del bus per comprarsi la dose di coca. 

Quelli che vorrebbero farci credere che quando respingono i clandestini ai bordi del nostro Bel Paese, prima si premurano di domandare se qualcuno ha i requisiti per esercitare il diritto di asilo.

Quelli che, invece di preoccuparsi di serie politiche per incentivare lavoro e occupazione, continuano a accentuare le differenze Nord/Sud proponendo stipendi differenziati su base regionale.

Quelli che, dove vivo io, sono il primo partito. Rispecchiano il pensiero della maggioranza, troppo impegnata a curare il proprio orticello o la propria fabbrichetta, troppo impaurita dal fatto che l’ALTRO, terone o peggio ancora straniero, possa portargli via ciò che è suo. Troppo chiusa per intraprendere un qualsiasi percorso di integrazione.

Mi guardo intorno, vedo vecchi ma soprattutto giovani, li sento appoggiare – apertamente o fra le righe – questa mentalità. Scrollo le spalle, sconsolata.

Il mio sogno di interculturalità è ancora lontano.

Attila della strada

Ok, devo smettermi di illudermi che non sia così. Dove passo io, o meglio dove è previsto che passi io, non cresce più l’erba. Già il fatto che su una strada è previsto che transiti  a bordo della mia rombante macchinina, implica un incidente. Soprattutto se ho fatto i salti mortali per partire presto. Soprattutto se arrivare dopo una cert’ora (leggi 8.45) implica altri 20 minuti minimo alla ricerca di un parcheggio.

Martedì, ore 8.10 : la nostra eroina parte baldanzosa alla volta dell’ufficio. Ultimamente sta battendo tutti i record di reattività mattutina, e riesce ad anticipare la partenza senza anticipare la sveglia. Tutto tranquillo, la frizzante aria primaverile aiuta il circolo dei neuroni, sulla statale si fila via che è una meraviglia.  Imbocchiamo la strada secondaria (che evita la tanto temuta tangenziale interna), e quando ormai siamo alle porte del capoluogo, a meno di 2 km dalla destinazione finale… ZAC! Fermi immobili, senza altre vie d’uscita; incidente all’altezza del sottopasso, traffico in tilt; dalle 8.40, riesco a uscire dall’ingorgo alle 9.20!!! Ovviamente, il parcheggio si è ormai riempito causa mercato cittadino nelle vicinanze e quindi giro altri 10 minuti alla disperata ricerca di Eldorado. Alla fine, stremata, infilo letteralmente la macchina in un buchetto striminzito, da cui non riesco neanche a uscire (come vorrei il dispositivo di auto-espulsione di Supercar!), pregando di non trovarmi la macchina indelebilmente segnata dalle retromarcia dei miei vicini (visto come avevano parcheggiato, vi assicuro che l’ansia era più che legittima)! Quindi, riassumendo: partenza da casa: 8.10 – arrivo in ufficio : 9.35.

Mercoledì: Sofficetta si impone di partire alle 8.00 in punto. Purtroppo, causa manifestazioni previste per domenica, il solito parcheggio è chiuso da oggi a martedì prossimo (!!!) e rimane disponibile solo un mini parcheggio che si riempirà subito. Bisogna assolutamente arrivare alle 8.30-8.40 al massimo. Quindi, alle 8.00 spaccate, con la sigla del Ruggito del Coniglio in sottofondo, la Soffix-mobile si mette in marcia. Anche oggi, il buonumore primaverile fa la sua parte…ma è destinato a perire presto. A circa 10 km da casa, inizia la coda. Vabbé, ci sta, l’orario è quello che è, e purtroppo l’incrocio che si trova circa 2 km più avanti è sempre un pò congestionato.  L’ingenua Sofficetta non cambia strada. E se ne pente amaramente. Un fantomatico incidente (dico fantomatico perché non si è mica capito dov’era) ha paralizzato la statale. A complicare la situazione, si unisce il fiuto della polizia locale che cerca di gestire il traffico, proprio all’altezza del suddetto incrocio. Questi geni della circolazione stradale, che stamattina hanno evidentemente fatto colazione a pane e volpe, tenevano praticamente bloccati i mezzi sulla statale, in entrambi i sensi di marcia, facendo immettere tutte  le auto cheprovenivano dalla secondaria. E quando dico tutte, intendo tutte. Per farla breve (?): 50 minuti ferma. Manco a dirlo, una volta superato il clou, il traffico era comunque rallentato (in realtà, credo che tutti si aspettassero di imbattersi da un momento all’altro sulla scena del crimine… speranza vana!) e quindi sono riuscita a raggiungere il parcheggietto solo alle 9.20. Perlomeno la dea bendata si è finalmente ricordata dell’errabonda Sofficina, e, mossa a pietà, ha fatto sì che trovassi uno spazietto per la Soffix-mobile. Riassunto: partenza ore 8.00 – arrivo in ufficio ore 9.30.

Quindi, ormai è assodato. Porto sfiga. E per evitare stragi sulle strade, da domani meglio che venga in treno. Ah, tranquilli… prima di partire verso casa stasera, vi faccio un fischio. Così vi mettete in salvo.

I viaggi della vita

Ci sono dei viaggi che ti segnano, che ti rimangono dentro, … perché li aspettavi da tanto, oppure ti colgono impreparata, perché sono come ti aspettavi o ti sorprendono, perché ti fanno crescere, ti costringono a cambiare visione, oppure, al contrario, ti radicano ancora di più nelle tue convinzioni…le  motivazioni sono le più varie, ma la sensazione che ti lasciano addosso, quella è sempre uguale… la soddisfazione di aver superato la pigrizia pre-partenza (a me succede sempre… ) e di essere tornata un pò più arricchita.

Per me i viaggi della vita sono due. Il primo, non in ordine temporale, è stato lo scambio universitario a Mosca. Semplicemente indimenticabile. Mosca è una città che difficilmente ti lascia indifferente, di solito però al primo approccio ti colpisce come uno schiaffo, o una palla di neve ghiacciata, se preferite…:-) Ricordo ancora il viaggio in pulmino dall’aeroporto alla nostra casa dello studente, il grigiore che la avvolgeva, il fango ai lati delle strade (eravamo in pieno disgelo), quelle forme architettoniche così lontane dal nostro comune sentire… E poi, come sempre accade, cominci a vivere la città, e ti accorgi che sotto la grigia scorza l’anima russa è incredibilmente colorata, le guglie e le cupole ti sono sempre più familiari (tanto da rimanere delusa dalla molto più europea, e per questo quasi “scontata”,  San Pietroburgo), e finisci per innamorartene follemente…

Ti innamori delle sue stranezze meterologiche, con la neve al 1° maggio e tempo da maniche corte due giorni dopo… Ti innamori del loro amore per la cultura, dei teatri sempre pieni, delle librerie zeppe di belle edizioni a costi irrisori – perché in Russia la cultura è un diritto di tutti.  Ti innamori dell’indispensabile metrò, con le sue stazioni curatissime (alcune sono vere e proprie opere d’arte, tanto da essere inserite nei circuiti per i turisti) e  quelle voci metalliche che scandiscono il viaggio, stazione dopo stazione, e ti ricordano di non dimenticarti le tue cose…bello accorgersi a un certo punto che hai imparato a memoria il percorso della linea rossa! Ti innamori del loro culto della memoria, del fatto che ad ogni angolo c’è una targa a ricordo delle gesta di Lenin… perché lui è intoccabile, nonostante tutto… lui e il sommo poeta Puskin, padre della letteratura e della lingua russa…

Devi lasciare tempo, a Mosca. Lasciargli il tempo di conquistarti. Poi non ne puoi più fare a meno. E pensi che non può finire così, che troverai il modo di tornare, per abbandonarti ancora al suo fascino… magari con la neve, perché  è pur sempre l’inverno la sua stagione per eccellenza, per assaggiarne il rigore e aspettare l’arrivo di Ded Moroz. Sono passati quasi nove anni, e questo modo non l’ho ancora trovato. Ma non demordo, dovessi aspettare l’età della pensione. Mi capita spesso che i miei sogni siano ambientati a Mosca. E la mattina, mi sveglio sempre con il sorriso sulle labbra e una sensazione di familiarità addosso…

moscaAx, Moskva, moja Moskva, sto ze tj sdelala so mnoju?  

P.S. la foto non è mia… al tempo non avevo la digitale, pertanto i miei ricordi fotografici sono tutti su pellicola… 😉

On the road

Faccio una trentina di km per il tragitto casa-lavoro…per un totale di 60 km, tutti i giorni. Abbastanza pesante, ma adesso come adesso, avendo un orario estremamente flessibile, faccio fatica ad organizzarmi con i mezzi pubblici. Tra un pò, quando la stabilizzazione avrà prodotto i suoi frutti anche in termini di orario, I-Pod e libro alla mano, potrò finalmente passare all’opzione treno/corriera.

A volte è pesante, soprattutto la sera quando la stanchezza si fa sentire e non vedi l’ora di giungere a destinazione-divano. E comunque, 40 minuti per arrivare a casa (traffico permettendo) vuol dire non avere tempo per fare altro, e dover rimandare tutte le commissioni al sabato…

Eppure, a me piace guidare. Strade che si lasciano guidare forte, tergicristalli e curve da drizzare, cantavano i Subsonica qualche annetto fa… Mi piace, tranne quando incontro certe categorie di utenti stradali, che mi fanno venire il nervoso. Tralascio la categoria “pensionati col cappello”, assolutamente fuori concorso, su cui fiumi di inchiostro e imprecazioni sono già stati spesi, ed eccovi  la mia personalissima Top Five:

 5° posto per i temerari della bicicletta, ovvero quelli che, con buio pesto e magari pioggia o nebbia, se ne vanno per la statale senza la dinamo accesa, possibilmente con andatura incerta dovuta a sovraccarico di pacchi, pacchettini e ombrelli. A pari merito con i ciclisti che vanno contromano o che comunque pensano che la segnaletica stradale sia messa lì per bellezza. Caspita, se poi succede qualcosa, è pure colpa tua… ma il codice della strada è uguale per tutti o no?

Al 4° posto,  ai piedi del podio, ci sono gli automobilisti con i fari alti sparati, giusto in traiettoria dei tuoi occhi. Uno si sbraccia per far capire che forse è il caso di abbassare la cresta, e loro niente. Tesorini, ve l’ha mai detto nessuno che non ci siete solo voi? Peggio che peggio, se questa categoria si unisce in un mix esplosivo con

i terzi classificati ovvero gli insopportabili SUV. Quelli sì che pensano di essere padroni della strada, solo perché guidano – spesso e volentieri male –  inguardabili bestioni che occupano da soli 3/4 della carreggiata. Siccome non siamo sulle highways americane, mi spiegate che cacchio serve un caterpillar super-inquinante? Se avete manie di grandezza, già che ci siete compratevi un TIR… Stendiamo un velo pietoso per la sub-categoria donna alla guida di un SUV

2° posto e medaglia d’argento per quelli che hanno il sorpasso nel DNA… anche senza ragione, anche se per farlo devono schiacciare l’acceleratore a tavoletta e infrangere la barriera del suono o rischiare di spalmarsi come un formaggino contro l’ignaro automobilista della corsia opposta, spesso costretto a frenate che consumano mezzo copertone. La categoria è solitamente rappresentata da invasati alla guida di macchinoni, che, a causa di un io-sottosviluppato che misura l’autostima in cavalli e cilindrata,  prendono il fatto di dover star dietro a una piccola utilitaria come un’offesa personale, da lavare col sangue, se serve…

E infine, rullo di tamburi… al 1° posto quelli che ti tagliano la strada, costringendoti a frenate di emergenza,  e poi si piazzano davanti con un’andatura da bradipo… E a questo punto ti chiedi… MA SE AVEVI TANTA FRETTA DI PASSARE, PERCHè C@##O  ORA NON TI MUOVI???? 

Inutile dire che la sottoscritta al volante diventa una iena, e tira fuori il peggio di sè, e che all’interno dell’abitacolo, volano insulti… ma in fondo, non faccio del male a nessuno, perché mi limito agli insulti verbali…  😀

Cartoline

(Prego accendere il sottofondo intervallo RAI..)

bruxelles-dicembre-2008-0302

 Bruxelles, Cattedrale

bruxelles-dicembre-2008-047bruxelles-dicembre-2008-048

Bruxelles, Grand Place

bruxelles-dicembre-2008-065

Bruxelles, Atomium

Volere volare

La mia trasferta belga è stata una vera avventura. Sarei dovuta rientrare lunedì sera, e invece sono riuscita a toccare il suolo italiano solo mercoledì pomeriggio. Hanno pensato bene di cancellare il mio volo per ben 2 e dico 2 sere di seguito, con grande gaudio mio e di tutti i disperati che come me desideravano solo tornare a casa…

Le compagnie low-cost sono una buona soluzione finché va tutto bene, ma al primo problema ti lasciano, come si suol dire, in braghe di tela. Devi arrangiarti per tutto, devi sborsare un sacco di soldi in più e non hai nessuna certezza (neanche di rimborso, ehm ehm…). Soprattutto martedì sera, poi, è stato davvero terribile. Ci hanno comunicato la cancellazione del volo solo dopo un’ora di attesa all’imbarco… il senso di smarrimento che ti prende quando ormai sei convinta di aver raggiunto il tuo obiettivo e poi, all’ultimo, lo vedi svanire così, nel nulla (anzi, nella nebbia, in questo caso…) è una sensazione davvero poco piacevole. Alla fine, ho cambiato aeroporto e compagnia aerea, e sono riuscita a rientrare.

C’è un lato positivo in tutto questo… ho incontrato un sacco di persone che, vedendo una poveraccia sola e sconfortata, carica di valigie, si sono fatte in quattro per aiutarmi. è bello vedere che c’è ancora gente che si rende disponibili senza secondi fini. Una menzione speciale per:

  • le due studentesse italiane che mi hanno ospitato a casa di una di loro (in Erasmus nella capitale) la notte di lunedì sera: ospitali e carinissime (quanti lo avrebbero fatto, al posto loro? ero pur sempre una sconosciuta…)
  • N., ragazza slovena che ha condiviso con me il mesto ritorno verso Bruxelles martedì sera, che mi ha regalato il biglietto del treno per raggiungere l’aeroporto il giorno dopo, e mi ha lasciato il suo numero pregandomi di contattarla se avessi avuto qualunque altro problema
  • la ragazza belga che dalla stazione mi ha accompagnato in macchina fino all’albergo, praticamente a notte fonda, per non farmi girare da sola per metropolitane…

Sinceramente, questi ed altri incontri sono stati importanti, e mi hanno strappato più di un sorriso in un momento di grande sconforto…ora mando un sms a N. per ringraziarla ancora.


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