I cinque sensi

Una vecchia canzone. Un’immagine che torna, prepotente, e ne inanella dietro di sé molte altre, perle incastonate che scorrono sul filo della memoria. Vivide, presenti, così forti che chiudo gli occhi, e ne sento anche l’odore. Come se fossero passati giorni e non anni.

Parole dette, sussurrate a volte urlate, parole scritte, con quella scrittura così particolare, che anche ora sarei in grado di riconoscere tra mille, parole che hanno fatto correre un brivido dietro la schiena. Parole che hanno rapito il cuore e la mente, parole importanti che hanno stupito per la naturalezza con cui sono sgorgate. Parole dure, difficili da digerire, che solo il tempo e la lontananza hanno saputo ridimensionare. Parole malinconiche, stanche e rassegnate, a sancire quello che entrambi sapevamo già.

Parole registrate, ascoltate per la prima volta nella fredda stanzina di un pensionato per avvicinare chi fisicamente non può esserlo, basta chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare, e distanze contrassegnate da km e km di betulle scompaiono magicamente. E quasi riesci a toccarti.

Abbracci. Virtuali, passionali, teneri quando strappati a un tempo inesorabile, caldi come il tepore della propria casa in autunno. Abbracci agognati, e arrivati dopo un lungo viaggio nella notte. Intreccio di braccia a sciogliere tensioni. Il perdono che pervade ogni meandro, e cancella gli ultimi scampoli di rabbia. E di nuovo sensazione di casa, di una rinnovata serenità.

Sapori. I pranzetti che preparavi, così curati nella loro semplicità universitaria, i sapori della tradizione della tua terra, a me così cari. Il sapore della mela proibita assaggiata insieme. L’amaro in bocca che sono sicura di averti lasciato.

L’ultima immagine, la tua macchina che si allontana fuori dalla stazione, la tua nuca irrigidita, nello sforzo di trattenere più che comprensibili lacrime. Avevi un lungo viaggio davanti, e tutto il tempo per piangere. Lo sapevi che sarebbe stato un addio, ma non lo volevi. Ti avevo detto che avrei preso un treno per tornare, ma non è così che è andata. Ho aspettato un’altra macchina, e sono salita: mi ha portato a casa quello che sarebbe diventato mio marito.

Una canzone ascoltata sul divano, ieri sera, e la nostalgia mi ha pervaso, spalancando questa scatola del passato, scatenando i cinque sensi della memoria. Nostalgia per quello che è stato, e per quello che avrebbe potuto essere. E la tentazione, fortissima, di alzare il telefono e dire “Ciao, come stai? Grazie di tutto. E scusami per il dolore che ti ho causato.”

Ho ripreso quella scatola, l’ho spolverata, ed ora è di nuovo al suo posto. In un posto speciale del mio cuore. Ma, anche se la nostalgia si è dissolta alla luce del nuovo giorno, mi è rimasta la voglia di fare quella telefonata.

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7 Responses to “I cinque sensi”


  1. 1 manulea 18 settembre 2010 alle 10:54

    Che bel racconto, che meraviglioso modo hai avuto di raccontare anche questa fetta passata della tua vita.
    E’ anche grazie a questi tasselli che siamo così, ora. E’ anche grazie a loro che viviamo la nostra vita attuale con una consapevolezza diversa, apprezzando quello che abbiamo scelto e la vita che abbiamo deciso di costruire.
    Anche la nostalgia è una cosa bella, da assaporare ogni tanto.

  2. 2 sofficipensieri 20 settembre 2010 alle 21:27

    Sì, un tuffo nel passato è una cosa bella, soprattutto se si tratta di bei ricordi e soprattutto, non ci sono nodi irrisolti a turbare il momento.
    Ah, quella telefonata… l’ho fatta.

  3. 3 manulea 21 settembre 2010 alle 11:57

    Hai fatto bene. Se è una cosa che viene dal cuore è una cosa bella.

  4. 4 sofficipensieri 22 settembre 2010 alle 07:51

    🙂

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