Archive for the 'Mi ritorni in mente' Category

Potrei, in un giorno speciale

Potrei, in questo giorno speciale, dirti che è stato amore a prima vista, che appena ho incrociato il tuo sguardo ho dimenticato tutto il dolore e la fatica del parto, perché l’emozione della tua presenza ha spazzato via il resto.                  E invece ti dirò che quando sei nato ero troppo stanca e provata per sentire una qualsiasi emozione, ricordo però molto bene la sensazione di svuotamento fisico nell’attimo esatto in cui sei sgattaiolato fuori, il sollievo per avercela fatta ed aver evitato un taglio sulla pancia.

Potrei dirti ti ho trovato subito bellissimo e che mai suono fu più celestiale del tuo pianto.                                                            E invece ti dirò che non ti ho trovato né bello né brutto, ma solo disorientato almeno quanto me. E non ho fissato nella mente il tuo primo pianto, però ricordo che quei minuti tra la nascita e il nostro primo contatto – ritardato dai lavoretti di ricamo della ginecologa – mi sono sembrati, questo sì, interminabili.

Potrei dirti che quando ti hanno appoggiato tra le mie braccia, ci siamo riconosciuti al volo, io mamma tu bimbo, e che ti sei calmato appena hai sentito il battito del cuore.                                                                                                                             E invece ti dirò che ero tremendamente intimorita, e che avrei voluto aiutarti di più nella tua frustrante ricerca di un capezzolo sfuggente ma non sapevo proprio come muovermi, con la flebo e tutti i fili delle apparecchiature varie ancora attaccati. Ti dirò che il timore si è trasformato in paura, quando anche il tuo papà è dovuto uscire e siamo rimasti da soli.

Potrei dirti che non vedevo l’ora di uscire da quell’asettico ospedale, per poter cominciare la nostra vita di famigliola, finalmente insieme, nella nostra intimità.                                                                                                                                      E invece ti dirò che avevo il terrore di ritrovarmi a casa sola con un pupetto così piccolo, mi sentivo schiacciata dal peso della responsabilità, guardavo la mia vicina di letto così impaziente di essere dimessa e mi chiedevo “Ma come fa?”. Mi guardo indietro adesso, e mi accorgo che sola non sono mai stata, ma tant’è…

Potrei, in questo giorno così speciale, dirti che si è subito creata empatia tra noi, che ti ho sempre capito e ho sempre saputo in cuor mio quale era la cosa giusta da fare con te, perché l’istinto di mamma non sbaglia mai.                               E invece ti dirò che ho sbagliato, più di qualche volta, che i tuoi pianti all’inizio non li sapevo decifrare e scambiavo fame per coliche o viceversa, e, che, soprattutto per la questione allattamento, mi sono a lungo sentita un’incapace. Ti dirò che l’istinto di mamma si è affinato col tempo, perché col tempo abbiamo imparato a conoscerci.

Potrei, in un giorno così speciale, decantare le meraviglie di questo attaccamento viscerale che ci ha unito fin dal primo istante, senza che il taglio del cordone ombelicale potesse minimamente intaccarlo.                                                      E invece ti dirò che ti ho riconosciuto subito come una persona A SE’, come ALTRO da me, e che, probabilmente a causa delle turbolenze iniziali, non ti ho guardato fin dal primo istante con gli occhi a cuoricino, ma anzi nei primi mesi ti guardavo pure con un certo distacco. Ti dirò che, forse per il mio carattere così razionale, poco incline ai colpi di fulmine, il mio è stato un innamoramento lento, ma in costante e inarrestabile crescita. Che il nostro legame extrauterino non ha nulla a che vedere con quanto abbiamo vissuto nei nove mesi di coabitazione, è un legame ex-novo, che si è rinsaldato passo dopo passo e, a sorpresa, si sta rivelando altrettanto viscerale.

Potrei dirti che ho fissato questi pensieri proprio oggi, 1° dicembre 2010, in questo giorno così speciale in cui raggiungi un traguardo importante, tra un festone e una torta su cui campeggia un’unica, solitaria candelina, la prima di una lunga serie. Una festa per te, ma anche per me.                                                                                                                     E invece ti dirò che questi pensieri sono scaturiti domenica, dopo che ti ho portato nel lettone con me per il riposino, e ti sei accoccolato tra le braccia, addormentandoti all’istante. Ti guardavo, moccoloso e un po’ insofferente a causa del primo raffreddore della tua vita, i tuoi ricci scompigliati, una manina che stringeva Orsonanna e l’altra che cercava la sicurezza del contatto. Sono rimasta a guardarti un bel pezzo, avrei continuato tutta la mattina, e non sai quanto mi è spiaciuto cedere al richiamo delle faccende domestiche. Volevo consolarti, proteggerti, guarirti. Ed è stato lì, in quel momento, tornando indietro con la memoria ai primi momenti e a tutti quelli che sono seguiti negli ultimi 365 giorni, è stato in quel momento che tutto l’amore costruitosi pian piano si è espresso in tutta la sua pienezza.

Buon compleanno, amore mio.

22.11

Saresti dovuto nascere 365 giorni fa. Mi piaceva questa data, così simmetrica, così completa, quasi musicale.è una data che ho ripetuto all’infinito, nella lunga trafila clinica che ha accompagnato il lievitare del pancione. Mi ci ero molto affezionata. Saresti dovuto nascere nel giorno di Santa Cecilia, patrona della musica… mi piaceva l’idea. Ma poi, birbantello, hai deciso che nel tuo idromassaggio personale si stava decisamente bene, e  poi quale numero migliore per un inizio di vita, se non l’1, principio di tutto? E così, hai atteso che la rotellina con il conteggio delle settimane di gravidanza giungesse al termine, non pago hai voluto che anche la pagina del calendario venisse strappata e l’ultimo pezzo dell’anno facesse capolino, prima di lasciare definitivamente il tuo mondo sommerso.

Eppure questa data, 22.11, mi è rimasta nel cuore. Ricordo come fosse ieri tutte le sensazioni di quel giorno. Superata la crisi del Oh-Mio-Dio-ma-sta-per-arrivare-ce-la-farò???, ero pronta ed impaziente di affrontare anche l’ultimo pezzo del viaggio. Ricordo la delusione del primo monitoraggio, con il suo responso “non si muove nulla”. Ricordo le passeggiate, il viso calmo di mio marito, i pomeriggi a punto croce, i consigli per stanarlo. Lo scivolare nel sonno cullata dal pensiero che quella notte poteva essere quella buona.

Stamattina, quando sul display della radio è apparsa questa data, ho rivissuto tutte queste sensazioni… e sono andata a lavoro contenta, nonostante fosse lunedì.

Che poi, 22.11 è palindromo di 1.12… tutto torna... 🙂

I cinque sensi

Una vecchia canzone. Un’immagine che torna, prepotente, e ne inanella dietro di sé molte altre, perle incastonate che scorrono sul filo della memoria. Vivide, presenti, così forti che chiudo gli occhi, e ne sento anche l’odore. Come se fossero passati giorni e non anni.

Parole dette, sussurrate a volte urlate, parole scritte, con quella scrittura così particolare, che anche ora sarei in grado di riconoscere tra mille, parole che hanno fatto correre un brivido dietro la schiena. Parole che hanno rapito il cuore e la mente, parole importanti che hanno stupito per la naturalezza con cui sono sgorgate. Parole dure, difficili da digerire, che solo il tempo e la lontananza hanno saputo ridimensionare. Parole malinconiche, stanche e rassegnate, a sancire quello che entrambi sapevamo già.

Parole registrate, ascoltate per la prima volta nella fredda stanzina di un pensionato per avvicinare chi fisicamente non può esserlo, basta chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare, e distanze contrassegnate da km e km di betulle scompaiono magicamente. E quasi riesci a toccarti.

Abbracci. Virtuali, passionali, teneri quando strappati a un tempo inesorabile, caldi come il tepore della propria casa in autunno. Abbracci agognati, e arrivati dopo un lungo viaggio nella notte. Intreccio di braccia a sciogliere tensioni. Il perdono che pervade ogni meandro, e cancella gli ultimi scampoli di rabbia. E di nuovo sensazione di casa, di una rinnovata serenità.

Sapori. I pranzetti che preparavi, così curati nella loro semplicità universitaria, i sapori della tradizione della tua terra, a me così cari. Il sapore della mela proibita assaggiata insieme. L’amaro in bocca che sono sicura di averti lasciato.

L’ultima immagine, la tua macchina che si allontana fuori dalla stazione, la tua nuca irrigidita, nello sforzo di trattenere più che comprensibili lacrime. Avevi un lungo viaggio davanti, e tutto il tempo per piangere. Lo sapevi che sarebbe stato un addio, ma non lo volevi. Ti avevo detto che avrei preso un treno per tornare, ma non è così che è andata. Ho aspettato un’altra macchina, e sono salita: mi ha portato a casa quello che sarebbe diventato mio marito.

Una canzone ascoltata sul divano, ieri sera, e la nostalgia mi ha pervaso, spalancando questa scatola del passato, scatenando i cinque sensi della memoria. Nostalgia per quello che è stato, e per quello che avrebbe potuto essere. E la tentazione, fortissima, di alzare il telefono e dire “Ciao, come stai? Grazie di tutto. E scusami per il dolore che ti ho causato.”

Ho ripreso quella scatola, l’ho spolverata, ed ora è di nuovo al suo posto. In un posto speciale del mio cuore. Ma, anche se la nostalgia si è dissolta alla luce del nuovo giorno, mi è rimasta la voglia di fare quella telefonata.

Un’estate fa

Sono qui, tranquilla alla mia nuova postazione in ufficio, con la nuova responsabile-kapò in ferie (la situazione merita un post a parte,…) in una giornata che si prospetta tranquilla e sonnacchiosa, a riflettere un po’ sull’estate. O meglio, su come cambia la percezione dell’estate man mano che si cresce (…si invecchia?).

Quando sei un bimbo, estate è 2 mesi di mare, intervallati da 20 gg di montagna. È sole-mare-spiaggia-formine-salvagenti-castelli sulla riva, piste di biglie costruite strisciando il culo, montagnole con la sabbia bagnata; è biliardino e calippo, è giornate intere passate in costume, dentro e fuori dall’acqua.

Quando sei adolescente, ai 2 mesi in trasferta preferisci la spiaggia mordi e fuggi, con la comitiva in autobus verso il lido più vicino: andata e ritorno in giornata. Snobbi la tranquillità di ombrellone e lettino, per panarti al sole sul bagnasciuga, schiacciato come una sardina. E quando non si può andare al mare, perché tutti-giorni-no-e-chi-ce-li-ha-i-soldi?, scatta subito l’alternativa piscina, o perché no il greto del Piave. L’estate adolescenziale è partite di beach-volley e calcetto, è il tempo delle mele, è fare a gara a chi sputa più lontano i semini dell’anguria, è Festivalbar e motivetti estivi. È fa-tanto-caldo-sì-machissenefrega, basta stare tra amici e si dimentica tutto. È uscite serali  più frequenti, e il coprifuoco più flessibile, che  tanto domani non c’è scuola. È  la sagra del paese, con il Tagadà, e i fuochi d’artificio; è il Cuore di Panna e le sue pubblicità ,è gavettoni e Liquidator,  è la tristezza quando settembre fa capolino, eppperòòòòò che grande estate abbiam passato.

Poi ci sono le estate universitarie, più concentrate ma non per questo meno intense. È costicine e salcicce, gustate in ogni sagra nel raggio di 30 km, è musica all’aperto e Sherwood Festival. È andare al mare in giornata sì, ma scegliendo con cura la meta, che se ci salta il matto andiamo fin in Croazia e al ritorno ci fermiamo in una osmitza su nel Carso, e ceniamo a colpi di vino Terrano, uova sode, prosciutto cotto nel pane e cren. E ci scappa pure una briscola col morto. È fa-caldo-sì-e-lo-sento, quindi me ne sto in mutande chiuso in casa fino al tardo pomeriggio, riducendo ai minimi termini l’attività motoria e intellettiva. È gelato artigianale e uscite TUTTE le sere, anche senza un motivo, solo per una passeggiata e una bibita, perché l’estate è democratica e l’atmosfera da weekend si irradia anche al resto della settimana. È programmare con cura la settimana di ferie, lunghe navigate su Internet alla ricerca di campeggi e ostelli al grido di “il massimo risultato con il minimo sforzo economico”. È un sentire che l’equazione vacanza=mare e/o montagna ci va un po’ stretta, anche le città d’arte hanno il loro fascino. È la notte di S. Lorenzo, con un plaid sui campi a scrutare il cielo. E, ehm sì, è ancora gavettoni e Liquidator.

Pur nelle loro piccole diversità, queste estati hanno sempre un minimo comune denominatore: sono  il periodo dell’extra-ordinario, una fuga, anche solo mentale, dalla ruotine per ricaricare le pile e rituffarsi nel quotidiano. Sono fatte anche loro di piccole ritualità, che però, seppur ripetute ogni anno, riescono magicamente a risultare sempre fresche e nuove. È una estate che si respira nell’aria, come l’atmosfera natilizia, solo che dura un’intera stagione.

E poi, e poi. C’è uno spartiacque e questo spartiacque, almeno per me, è stato l’entrata nel mondo del lavoro. Da quando ho cominciato a lavorare, le estati si sono appiattite, e, ahimé, sono state risucchiate anche loro dalla routine. Giugno e luglio sono uguali a ottobre e marzo, nonostante il profumo dei gelsomini, le giornate più lunghe e i grilli che cantano rimangano segnali tangibili che il periodo più bello dell’anno è arrivato. Il tuffo nell’extraordinario dura solo 2 settimane, e volano così veloci che non fai neanche in tempo ad accorgerti ed è già ora di ricominciare. Certo, durante la settimana si esce più che in inverno, ma solo per prendere un po’ di fresco e difficilmente fai tardi, per non sembrare uno zombie il mattino dopo in ufficio. Il caldo ti uccide, e guardi con invidia profonda tuo figlio che sguazza nella piscinetta gonfiabile mentre tu grondi sudore da tutti i pori. Le gite al mare si fanno ancora, ma sempre compresse nei finesettimana e tra traffico-caldo-casino rischi di tornare più stanco di prima. Non so più quali sono i tormentoni estivi, e se non ci fossero i serissimi giornalisti dei vari TG che si interrogano sull’argomento, la cosa manco mi verrebbe in mente.

Insomma, ammetto che l’estate ha perso molto del suo sapore. Ecco uno dei più deleteri effetti del lavoro. È una cosa un po’ triste, lo so. Però, dai, rimane il ricordo dolce-amaro delle estati fa: me le son godute, in fondo.


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